Rifiuti, il conto di Salso vale milioni: perché il Comune contesta il sistema

Dietro sacchetti, bidoni e raccolta differenziata c’è una macchina economica che a Salsomaggiore vale circa 3,6 milioni di euro l’anno. Ma il vero caso non riguarda soltanto quanto pagano cittadini e imprese: il sindaco Luca Musile Tanzi ha votato contro il Piano Economico Finanziario predisposto da ATERSIR, contestando un modello che, secondo l’Amministrazione, non sta dando risposte sufficienti ai problemi che si vedono ogni giorno nelle strade della città.

Quando un cittadino parla di rifiuti, normalmente pensa alla bolletta.

Quanto pago?

Quanto è aumentata?

Quanti svuotamenti ho a disposizione?

Ma dietro quella cifra esiste un sistema molto più complesso, nel quale entrano programmazione, costi di raccolta, trattamento, pulizia, gestione dei contenitori, controlli, abbandoni e rapporti tra Comune, gestore e autorità di regolazione.

Ed è proprio su questo terreno che a Salsomaggiore si è aperto uno dei confronti istituzionali più interessanti degli ultimi mesi.

Un servizio che vale circa 3,6 milioni di euro

Il costo complessivo del servizio di raccolta e gestione dei rifiuti a Salsomaggiore viene indicato per il 2026 in circa 3,6 milioni di euro, al netto delle agevolazioni previste. Considerando il quadro complessivo delle risorse e dei contributi, l’importo da coprire attraverso la tariffazione arriva nell’ordine di circa 3,7 milioni di euro.

Una cifra importante per una città delle dimensioni di Salso.

Il costo viene distribuito tra utenze domestiche e attività economiche: il sistema approvato prevede una ripartizione indicativa del 65% sulle utenze domestiche e del 35% sulle utenze non domestiche.

Ma il punto non è semplicemente stabilire se 3,6 milioni siano “tanti” o “pochi”.

La vera domanda è un’altra:

quel costo corrisponde alla qualità del servizio che la città riceve?

Ed è esattamente qui che nasce lo scontro.

Il sindaco dice no al Piano Economico Finanziario

Il sindaco Luca Musile Tanzi ha espresso voto contrario al Piano Economico Finanziario 2026-2029 predisposto da ATERSIR per il servizio rifiuti.

La posizione ufficiale del Comune è molto netta.

L’Amministrazione non contesta il principio della raccolta differenziata e nemmeno gli obiettivi ambientali del nuovo sistema.

Contesta invece il funzionamento concreto del servizio e, soprattutto, la capacità della programmazione economica di rispondere alle criticità che Salsomaggiore sta vivendo.

È una distinzione fondamentale.

Non siamo davanti a uno scontro tra chi vuole differenziare e chi non vuole farlo.

Lo scontro riguarda come viene organizzato il servizio, quanto costa e chi deve farsi carico dei problemi quando il sistema non funziona come previsto.

Il problema più visibile: i cestini trasformati in mini-discariche

Una delle criticità evidenziate dal Comune riguarda l’utilizzo improprio dei cestini stradali.

Secondo l’Amministrazione, alcuni vengono utilizzati per conferire veri e propri sacchi di rifiuti domestici indifferenziati, aggirando così il normale sistema di raccolta.

Il risultato è sotto gli occhi di molti cittadini: cestini pieni, sacchi lasciati a terra, rifiuti dispersi nelle aree pubbliche e necessità di interventi aggiuntivi di pulizia.

Ma ciò che sembra soltanto un problema di decoro ha anche una conseguenza economica.

Ogni intervento straordinario costa.

Ogni svuotamento aggiuntivo costa.

Ogni area da ripulire costa.

E se questi fenomeni diventano sistematici, il rischio è creare un paradosso: un modello pensato per responsabilizzare l’utente può produrre nuovi costi se una parte degli utenti cerca di aggirarlo.

Il Comune: “Non possiamo supplire continuamente alle carenze”

La contestazione del sindaco si concentra proprio su questo punto.

Secondo la posizione ufficiale dell’Amministrazione, il Comune sarebbe costretto a segnalare quotidianamente criticità e problemi al gestore, intervenendo di fatto come tramite continuo tra cittadini e soggetti responsabili del servizio.

Il Comune sostiene inoltre di avere effettuato ripetute segnalazioni sia ad ATERSIR sia al gestore, senza ricevere fino a quel momento risposte operative considerate sufficienti per affrontare strutturalmente il problema.

Ed è qui che il caso diventa politico-istituzionale.

Perché se la programmazione economica viene definita a un livello sovracomunale, mentre le conseguenze dei problemi finiscono quotidianamente sul tavolo del sindaco e degli uffici comunali, nasce inevitabilmente una domanda:

chi è realmente responsabile della qualità del servizio?

Cos’è ATERSIR e perché conta così tanto

ATERSIR è l’Agenzia Territoriale dell’Emilia-Romagna per i Servizi Idrici e Rifiuti.

Svolge funzioni di regolazione e programmazione dei servizi ambientali su scala regionale e territoriale e interviene nella definizione del quadro economico del servizio rifiuti.

Questo significa che il Comune non decide autonomamente ogni voce di costo.

Il sistema è costruito attraverso regole e piani che coinvolgono diversi livelli istituzionali.

Ed è proprio per questo che il voto contrario di un sindaco al PEF assume un significato diverso dalla normale polemica politica locale.

È un modo per dire:

“Non condivido il rapporto tra ciò che viene programmato economicamente e ciò che vedo concretamente sul mio territorio.”

La tariffa puntuale avrebbe dovuto premiare i comportamenti virtuosi

A Salsomaggiore è entrato in funzione il sistema della Tariffa Corrispettiva Puntuale, accompagnato dalla raccolta puntuale del rifiuto indifferenziato.

Il principio è intuitivo: responsabilizzare maggiormente l’utente e collegare una parte del costo alla quantità di rifiuto residuo prodotto, premiando indirettamente chi differenzia meglio.

In teoria il meccanismo dovrebbe produrre due risultati:

meno rifiuto indifferenziato e maggiore equità nella distribuzione dei costi.

Ma perché funzioni serve una condizione essenziale:

tutti devono rispettare le regole.

Se una parte degli utenti cerca invece di evitare il conferimento corretto lasciando sacchi nei cestini o in strada, il sistema rischia di penalizzare proprio chi si comporta correttamente.

È qui che nasce il vero problema

Immaginiamo due cittadini.

Il primo differenzia tutto, utilizza correttamente i contenitori e cerca di ridurre il proprio rifiuto indifferenziato.

Il secondo decide invece di liberarsi del sacco utilizzando impropriamente un cestino pubblico.

Il primo contribuisce al funzionamento del sistema.

Il secondo scarica il problema sulla collettività.

Per questo la questione degli abbandoni non è semplicemente estetica.

È anche una questione di equità.

Se il sistema vuole far pagare in maniera più puntuale chi produce rifiuto, deve essere in grado di impedire che qualcuno possa sottrarsi alle regole trasferendo i propri costi sugli altri.

Telecamere e sanzioni: la risposta si fa più dura

Il Comune ha infatti deciso di rafforzare i controlli contro gli abbandoni attraverso telecamere e verifiche sul territorio.

Il regolamento prevede sanzioni per conferimenti errati, sacchi non conformi e rifiuti lasciati fuori dalle modalità previste.

Parallelamente, Salsomaggiore ha aderito a un progetto specifico contro gli abbandoni che prevede interventi per oltre 81 mila euro, con la possibilità che una parte significativa venga finanziata attraverso un bando ATERSIR.

Anche questo dato è interessante.

Da una parte il Comune contesta il PEF predisposto dall’Agenzia.

Dall’altra utilizza gli strumenti messi a disposizione dalla stessa ATERSIR per cercare di affrontare il problema degli abbandoni.

Non è una contraddizione.

Dimostra piuttosto quanto il sistema sia intrecciato e quanto sia difficile individuare un’unica responsabilità.

Chi paga davvero i 3,6 milioni?

La risposta più semplice sarebbe: cittadini e imprese.

Ma è una risposta incompleta.

La tariffa serve a coprire il costo complessivo del servizio, tenendo conto di agevolazioni, contributi e meccanismi previsti dal sistema.

Per le famiglie il costo dipende dalle regole della tariffazione puntuale e dalle caratteristiche dell’utenza.

Per le imprese incidono invece categoria, superficie e modalità di produzione dei rifiuti.

Sono inoltre previste agevolazioni per determinate situazioni, tra cui compostaggio domestico e altri comportamenti virtuosi o condizioni specifiche previste dal regolamento.

La questione centrale resta però invariata:

quasi tutto il costo del servizio deve comunque essere coperto.

Se aumenta il costo complessivo, in qualche modo quel costo deve rientrare.

Differenziare di più dovrebbe significare spendere meno?

È una delle domande che molti cittadini si pongono.

La risposta non è automaticamente sì.

Una maggiore raccolta differenziata può ridurre alcune voci di costo e migliorare il recupero dei materiali, ma il sistema continua ad avere costi fissi importanti: personale, mezzi, raccolte, contenitori, trattamento, pulizia delle strade, centri di raccolta e gestione amministrativa.

A questi si aggiungono i costi generati dai comportamenti scorretti.

Ed è esattamente su questo equilibrio che la discussione diventa interessante.

Se ai cittadini viene chiesto di diventare sempre più virtuosi, è ragionevole che chiedano a loro volta di vedere risultati misurabili in termini di qualità e sostenibilità economica del servizio.

La questione non è soltanto “quanto pago”

La discussione sulla tariffa rischia quindi di essere raccontata nel modo sbagliato.

Non dovrebbe fermarsi alla domanda:

“La bolletta aumenta o diminuisce?”

Bisognerebbe chiedere anche:

Quanto costa ogni anno il sistema?

Quanto del costo è legato alla raccolta?

Quanto alla pulizia?

Quanto agli abbandoni?

Quanto costa intervenire sui cestini utilizzati impropriamente?

Quanto incidono le utenze domestiche?

Quanto le imprese?

E soprattutto:

quali risultati sta producendo la tariffazione puntuale?

Sono queste le informazioni che consentirebbero ai cittadini di valutare realmente se il modello funziona.

3,6 milioni meritano trasparenza

Quando un servizio pubblico movimenta milioni di euro ogni anno, il dibattito non può limitarsi alle polemiche.

Servono dati.

E dati facilmente comprensibili.

Sarebbe utile conoscere periodicamente il numero degli svuotamenti, la quantità di indifferenziato prodotto, la percentuale di raccolta differenziata, il numero degli abbandoni rilevati, i costi aggiuntivi causati dai comportamenti irregolari e l’andamento complessivo della spesa.

Solo così è possibile capire se il nuovo modello sta migliorando realmente la città.

Una partita che riguarda tutti

Alla fine lo scontro tra Comune e ATERSIR non riguarda soltanto il sindaco, l’Agenzia o il gestore.

Riguarda chi ogni giorno divide plastica, carta, vetro e organico.

Riguarda chi gestisce un bar, un negozio o un ristorante.

Riguarda chi trova un cestino stradale sommerso dai sacchi.

Riguarda chi paga la tariffa e pretende che il servizio funzioni.

Il Comune ha scelto di non approvare politicamente il Piano Economico Finanziario perché ritiene che le criticità del servizio non siano state affrontate in maniera sufficiente.

Ora però viene la parte più importante.

Trasformare quella contestazione in risultati.

Perché il problema dei rifiuti a Salsomaggiore non si risolverà stabilendo soltanto chi ha ragione tra Comune, gestore e ATERSIR.

Si risolverà quando i cittadini vedranno strade più pulite, meno abbandoni, regole rispettate e un costo del servizio spiegato con chiarezza.

E davanti a una macchina che vale circa 3,6 milioni di euro ogni anno, chiedere tutto questo non sembra affatto eccessivo.

Le domande che Salso dovrebbe fare

Quanto costano realmente gli abbandoni ogni anno? Quanto è diminuito l’indifferenziato con la tariffa puntuale? Quanti utenti non rispettano il nuovo sistema? Quanto spende il Comune in interventi aggiuntivi? E il nuovo modello porterà nel tempo un risparmio oppure soltanto una diversa distribuzione dei costi?

Sono queste, più dell’aumento di qualche euro in bolletta, le domande che possono dirci se la nuova gestione dei rifiuti sta funzionando davvero.