L’eredità di Jack: il valore dello scoutismo nella comunità di Salsomaggiore

La morte di Luca “Jack” Storti ha profondamente colpito Salsomaggiore, ma dietro la tragedia è emerso anche un mondo che normalmente lavora lontano dai riflettori: quello dello scoutismo. Educazione, volontariato, responsabilità, vita all’aperto e attenzione agli altri sono alcuni dei principi che accompagnano migliaia di ragazzi italiani. E anche a Salso questa presenza racconta qualcosa di importante sulla comunità.

La storia di Luca “Jack” Storti ha attraversato Salsomaggiore con una forza che difficilmente verrà dimenticata.

Non soltanto per la drammaticità di ciò che è accaduto, ma per il gesto che ha preceduto la tragedia: Storti ha perso la vita durante un’attività scout mentre cercava di intervenire in soccorso di un ragazzo precipitato in una scarpata.

Il giovane che aveva tentato di aiutare è poi sopravvissuto e le sue condizioni sono progressivamente migliorate.

Ma dopo quei giorni, accanto al dolore di una famiglia e di un’intera città, è diventata visibile anche un’altra realtà.

Il mondo scout.

Quella rete di ragazzi, educatori, famiglie e volontari che normalmente non compare sulle prime pagine dei giornali ma che, settimana dopo settimana, accompagna bambini e adolescenti durante una parte importante della loro crescita.

Una comunità che si è stretta attorno a Jack

Al momento dell’ultimo saluto a Storti, la presenza scout è stata particolarmente evidente.

Non si trattava soltanto degli amici più vicini.

Alla cerimonia hanno partecipato rappresentanti e appartenenti al movimento provenienti da diverse realtà, mostrando quanto i legami costruiti all’interno dello scoutismo possano superare il confine del singolo gruppo locale.

Il mondo scout dell’Emilia-Romagna si è stretto intorno alla famiglia e alla comunità salsese.

È stata probabilmente la prima volta in cui molti cittadini, pur vivendo a Salsomaggiore da anni, hanno avuto davanti agli occhi la reale dimensione di questa rete.

Perché lo scoutismo raramente cerca visibilità.

La maggior parte del suo lavoro avviene altrove.

Nei boschi.

Nelle sedi associative.

Durante le riunioni.

Nei campi estivi.

Nei servizi alla comunità.

Ma cosa fanno davvero gli scout?

Nell’immaginario collettivo lo scoutismo viene ancora talvolta ridotto a tende, fazzolettoni, escursioni e falò.

In realtà dietro quelle immagini esiste un preciso metodo educativo.

L’AGESCI – Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani è una delle principali organizzazioni scout del Paese e struttura la propria proposta educativa accompagnando bambini e ragazzi attraverso differenti fasce d’età.

L’obiettivo non è semplicemente insegnare a vivere all’aperto.

L’esperienza scout punta progressivamente sulla responsabilità personale, sull’autonomia, sul rapporto con gli altri, sul servizio e sulla capacità di assumersi impegni concreti.

L’ambiente naturale diventa uno strumento educativo.

Si impara preparando uno zaino.

Organizzando una giornata.

Montando una tenda.

Cucinando insieme.

Percorrendo una strada.

Affrontando un imprevisto.

E soprattutto imparando che le proprie decisioni hanno conseguenze anche per gli altri.

Il servizio non è una parola astratta

Esiste un concetto che ritorna continuamente nella cultura scout: servire.

Non nel senso di obbedire.

Nel senso di rendersi utili.

Con l’età, i ragazzi vengono progressivamente accompagnati verso esperienze nelle quali mettere una parte del proprio tempo e delle proprie capacità a disposizione degli altri.

Può essere volontariato.

Può essere assistenza.

Può essere un progetto ambientale.

Può essere semplicemente aiutare concretamente una comunità.

È questo elemento a rendere particolarmente toccante ciò che è accaduto a Jack.

Sarebbe sbagliato trasformarne il gesto in retorica.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare che la disponibilità ad aiutare qualcuno in difficoltà appartiene profondamente alla cultura educativa nella quale molti scout crescono.

Crescere imparando a prendersi delle responsabilità

Uno degli aspetti meno conosciuti dello scoutismo riguarda proprio la responsabilizzazione precoce.

All’interno dei gruppi, i ragazzi non sono semplicemente destinatari di attività organizzate dagli adulti.

Con il tempo imparano a organizzarsi.

Ad assumere incarichi.

A lavorare in squadra.

A prendere decisioni.

Ad aiutare chi ha meno esperienza.

La logica è profondamente differente da quella di molte attività nelle quali l’adulto prepara tutto e il giovane deve semplicemente partecipare.

Nello scoutismo una parte fondamentale dell’esperienza consiste invece proprio nel fare.

Anche sbagliando.

E imparando dall’errore.

Una palestra di autonomia lontana dallo smartphone

C’è poi un elemento che rende questa esperienza particolarmente interessante nel mondo contemporaneo.

La vita scout porta bambini e adolescenti a trascorrere lunghi periodi fuori dagli ambienti digitali nei quali normalmente vivono.

Non perché la tecnologia venga considerata necessariamente negativa.

Semplicemente perché in un’escursione, durante un campo o davanti a una tenda da montare esistono problemi molto più immediati.

Bisogna capire dove andare.

Bisogna collaborare.

Bisogna preparare da mangiare.

Bisogna rispettare gli orari.

Bisogna convivere con persone differenti.

Bisogna gestire stanchezza, pioggia, caldo, incomprensioni e cambiamenti di programma.

Sono esperienze apparentemente semplici che insegnano qualcosa di sempre più raro: affrontare la realtà senza poterla mettere in pausa.

Lo scoutismo come antidoto alla solitudine

Esiste anche una dimensione sociale.

Molti adolescenti crescono oggi circondati da connessioni digitali e, contemporaneamente, sperimentano difficoltà nel costruire relazioni profonde e continuative.

Un gruppo scout funziona in modo diverso.

Le persone si incontrano realmente.

Condividono esperienze.

Litigano.

Si riconciliano.

Camminano insieme.

Dormono nello stesso campo.

Portano lo stesso materiale.

Si dividono i compiti.

È difficile nascondersi dietro un profilo.

La relazione diventa inevitabilmente concreta.

E proprio questa continuità può creare legami destinati a rimanere per molti anni.

Il rapporto con il territorio

Lo scoutismo ha inoltre una caratteristica particolarmente importante per realtà come Salsomaggiore.

È profondamente legato al territorio.

Le attività portano i ragazzi a conoscere sentieri, boschi, frazioni, associazioni e realtà di volontariato.

La città non viene vissuta soltanto come luogo nel quale abitare.

Diventa qualcosa di cui occuparsi.

Questo può tradursi in iniziative ambientali, attività sociali, collaborazioni con altre associazioni o piccoli servizi rivolti alla comunità.

Sono azioni che raramente diventano notizie.

E proprio per questo rischiano di essere sottovalutate.

Dietro ogni gruppo ci sono adulti volontari

Esiste poi un’altra parte della storia che raramente viene raccontata.

Dietro i ragazzi ci sono gli educatori scout.

Adulti che dedicano tempo gratuitamente alla preparazione delle attività, alle riunioni, ai campi e alla formazione.

Non sono animatori occasionali.

Il metodo AGESCI prevede percorsi formativi specifici per chi assume responsabilità educativa e inserisce il lavoro dei capi all’interno di un progetto costruito dal gruppo.

Significa dedicare serate, fine settimana e spesso una parte delle proprie ferie a bambini e ragazzi che non appartengono alla propria famiglia.

Anche questo è volontariato.

Solo molto meno visibile di altri.

La tragedia non deve diventare retorica

Raccontare oggi lo scoutismo salsese richiede però molta delicatezza.

La morte di Luca Storti non può essere trasformata in uno strumento promozionale.

Un uomo è morto.

Una famiglia ha perso una persona amata.

Una comunità di ragazzi e adulti ha vissuto un’esperienza traumatica.

Questo viene prima di tutto.

Ma proprio il rispetto per ciò che è accaduto permette di guardare più attentamente a quel mondo e chiedersi perché tante persone abbiano sentito la necessità di essere presenti accanto alla famiglia.

La risposta sta probabilmente in una parola:

comunità.

Una comunità dentro la comunità

Lo scoutismo crea gruppi nei quali spesso le relazioni durano molti anni.

Un bambino entra piccolo.

Cresce.

Passa attraverso diverse fasi.

Può arrivare fino alle esperienze dei ragazzi più grandi.

E alcuni decidono successivamente di tornare come educatori.

Così una associazione diventa quasi una catena generazionale.

Chi è stato accompagnato, un giorno accompagna qualcun altro.

È anche per questo che, quando accade qualcosa a una persona, l’impatto supera immediatamente il suo nucleo familiare.

La comunità scout percepisce quell’evento come qualcosa che riguarda tutti.

Quanto vale tutto questo per Salsomaggiore?

La vicenda di Jack pone allora una domanda che va oltre il dolore di questi giorni.

Quanto conosciamo davvero le associazioni che educano i ragazzi della nostra città?

Quando si discute del futuro di Salsomaggiore si parla frequentemente di investimenti, opere pubbliche, turismo, commercio e sviluppo.

Tutti temi importanti.

Ma il futuro di una città è fatto anche dalle persone che vi cresceranno.

E quindi da chi oggi dedica tempo alla loro educazione.

Sport, oratori, volontariato, associazionismo culturale e scoutismo costituiscono una infrastruttura sociale che non compare nei bilanci comunali come una strada o un edificio.

Eppure può avere un valore enorme.

Forse Jack ci lascia anche questa domanda

Luca “Jack” Storti merita di essere ricordato innanzitutto dalle persone che lo hanno conosciuto e amato.

Ma la vicenda che ha commosso Salsomaggiore ha avuto anche un effetto involontario.

Ha fatto vedere alla città qualcosa che normalmente rimane quasi invisibile.

Ragazzi che camminano insieme.

Adulti che dedicano loro il proprio tempo.

Famiglie che costruiscono rapporti.

Persone provenienti da città differenti che si sentono parte della stessa comunità.

Non servono monumenti per riconoscere il valore di tutto questo.

Forse basta cominciare a guardarlo.

Perché dietro una camicia scout e un fazzolettone non c’è soltanto un’attività per ragazzi.

C’è un’idea molto semplice e, oggi, sorprendentemente importante:

crescere significa imparare a prendersi cura anche degli altri.

E dopo ciò che Salsomaggiore ha vissuto, questa è una storia che merita di essere raccontata.