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24 Ott 2026, Sab

«C’È CHI PIANGE E CHI VENDE FAZZOLETTI»

Il paradosso di un’umanità che ha imparato a trarre vantaggio dal dolore, dimenticando il valore della vita, del rispetto e della compassione. Una riflessione sulla violenza contro le donne, sulla fragilità dell’essere umano e sul confine, talvolta sottile e inquietante, tra chi ferisce e chi viene ferito.

Editoriale di Kenia D. Santana

Ogni giorno dovrebbe essere il 25 novembre. Ogni giorno dovrebbe essere un inno alla vita.

Scrivo questa mia riflessione con oltre un mese di anticipo rispetto al 25 novembre, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. E lo faccio consapevolmente, perché credo che ogni giorno dell’anno dovrebbe essere il 25 novembre. Ogni giorno dovrebbe ricordarci il valore del rispetto, della dignità, della libertà e, soprattutto, della vita.

Ma desidero spingermi ancora oltre.

Credo che ogni giorno della nostra esistenza dovrebbe essere considerato meraviglioso, non necessariamente per ciò che ci accade, ma per il semplice, straordinario fatto di esserci.

Perché ogni giorno vissuto è un frammento irripetibile della nostra presenza nell’universo. Bello o brutto, doloroso o sereno, buio o luminoso, rimane comunque un giorno nel quale la vita ci ha concesso di respirare, di sentire, di pensare, di amare e persino di soffrire.

E tutto questo avviene sulla nostra Terra.

Questa Terra imperfetta e meravigliosa, talvolta crudele e talvolta generosa, che accoglie senza distinzione le nostre gioie e le nostre disperazioni, i nostri passi e le nostre cadute, il nostro respiro e quella parte invisibile di noi che amiamo chiamare anima.

La Terra non ci domanda se siamo felici o infelici per concederci un nuovo mattino. Non distingue il pianto dal sorriso quando accoglie il nostro respiro.

Siamo noi esseri umani, invece, ad aver costruito confini anche laddove dovrebbe esistere soltanto umanità.

Ed è proprio questo il paradosso che mi interroga: abitiamo tutti lo stesso mondo, respiriamo la stessa aria, condividiamo la medesima fragilità dell’esistenza, eppure continuiamo a comportarci come se il dolore degli altri non ci appartenesse.

La vita è già abbastanza complessa, imprevedibile e talvolta spietata senza che sia necessario renderla ancora più dolorosa attraverso la violenza, l’arroganza, l’egoismo e l’incapacità di comprendere il prossimo.

Non penso che ogni giornata debba essere felice. Sarebbe un’illusione ingenua, e forse anche un’ingiustizia nei confronti di chi vive sofferenze profonde.

Penso, piuttosto, che ogni giornata meriti rispetto, proprio perché è vita. E che nessun essere umano dovrebbe arrogarsi il diritto di trasformare l’esistenza di un altro in una prigione di paura e umiliazione.

Forse il vero significato del 25 novembre è proprio questo: ricordarci che non basta essere vivi per poter davvero vivere, se qualcuno ci priva della libertà, della serenità e della dignità.

E allora vorrei che il 25 novembre non fosse soltanto una data sul calendario, ma una coscienza quotidiana. Un modo diverso di guardare il mondo e di riconoscere negli altri lo stesso diritto alla vita che rivendichiamo per noi stessi.

Perché questa Terra continuerà ad accogliere i nostri respiri, almeno finché ci sarà concesso di respirare. Ma dipende da noi decidere se riempire il tempo che ci è stato donato di comprensione oppure di violenza, di amore oppure di rancore, di parole capaci di costruire oppure di gesti capaci di distruggere.

Ed è da questa consapevolezza che nasce il pensiero che desidero condividere.

Una riflessione racchiusa in una frase apparentemente semplice, ma terribilmente rappresentativa del nostro tempo:

«C’è chi piange e chi vende fazzoletti».

Il paradosso di un mondo che comunica sempre di più, ma comprende sempre meno

Ci sono frasi che sembrano nate dalla saggezza popolare, quasi banali nella loro semplicità, e che invece racchiudono verità tanto profonde quanto scomode.

«C’è chi piange e chi vende fazzoletti» è una di queste.

È una frase sulla quale mi sono soffermata a riflettere, osservando il mondo che ci circonda, le relazioni umane, le contraddizioni della nostra società e soprattutto quella violenza che continua a insinuarsi nella nostra quotidianità, talvolta manifestandosi brutalmente, altre volte nascondendosi dietro parole, atteggiamenti, silenzi e comportamenti apparentemente innocui.

E mi domando: siamo davvero diventati una società nella quale il dolore degli altri rappresenta, troppo spesso, un’occasione per affermare noi stessi?

Viviamo in un’epoca nella quale disponiamo di strumenti straordinari per comunicare, eppure sembriamo aver progressivamente smarrito l’arte del dialogo.

Parliamo continuamente, ma ascoltiamo sempre meno.

Pretendiamo di essere compresi, ma raramente ci sforziamo di comprendere.

Rivendichiamo rispetto, senza domandarci se siamo altrettanto capaci di offrirlo.

E quando le parole non bastano, quando l’intelletto non riesce o non vuole trovare una soluzione, quando l’umiltà viene percepita come debolezza e la gentilezza come una sconfitta, ecco che qualcuno sceglie la violenza.

Quella fisica, certamente. Ma anche quella psicologica, morale, verbale. Quella che umilia, isola, controlla, manipola. Quella che non lascia lividi sulla pelle, ma ferite nella dignità.

E proprio qui nasce il mio interrogativo più doloroso: perché l’essere umano, che dovrebbe distinguersi per la capacità di ragionare, sceglie così frequentemente di ferire anziché comprendere?

Il 25 novembre: tre donne, una tragedia, una memoria che appartiene al mondo

Il 25 novembre non è una ricorrenza scelta casualmente.

In questa data, nel 1960, nella Repubblica Dominicana, vennero assassinate Patria, Minerva e María Teresa Mirabal, tre sorelle coraggiose che si erano opposte alla dittatura di Rafael Leónidas Trujillo.

Le chiamavano Las Mariposas, le farfalle.

Tre donne che avevano osato pensare liberamente e che pagarono con la vita la propria opposizione a un potere incapace di tollerare il dissenso.

Dal 1981 i movimenti femministi latinoamericani e caraibici iniziarono a commemorare quella data. Il 17 dicembre 1999, con la risoluzione 54/134, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite istituì ufficialmente la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Tre donne assassinate perché avevano scelto di non piegarsi.

Ecco il significato più profondo di questa giornata.

Non una celebrazione formale, non un’occasione per pubblicare fotografie accompagnate da parole di circostanza, ma un impegno morale che dovrebbe accompagnarci ogni giorno dell’anno.

Perché dietro ogni donna uccisa, maltrattata, perseguitata o umiliata esiste una persona alla quale qualcuno ha negato il diritto fondamentale di vivere liberamente.

E quando parliamo di violenza contro le donne non dobbiamo perdere di vista questa realtà: si tratta di una violazione dei diritti umani, che richiede prevenzione, protezione, giustizia e una profonda trasformazione culturale.

C’è chi piange. E c’è chi vende fazzoletti.

Torno allora alla metafora dalla quale nasce questa mia riflessione.

Immagino due persone.

Una piange.

L’altra vende fazzoletti.

Nella lettura più immediata, la prima rappresenta la sofferenza e la seconda chi, anziché alleviarla, trova il modo di trarne un vantaggio.

È la rappresentazione di un mondo nel quale persino il dolore può diventare merce.

Ma vorrei spingermi oltre, perché le relazioni umane sono spesso più complesse di quanto appaiano.

Chi piange non è necessariamente innocente in ogni circostanza. E chi vende fazzoletti non è necessariamente colui che ha provocato quelle lacrime.

Esistono persone che feriscono e poi piangono per le conseguenze delle proprie azioni.

Persone che infliggono sofferenza e che, quando incontrano il rifiuto, la distanza o il giudizio di chi hanno ferito, si sentono improvvisamente vittime.

Persone che chiedono comprensione proprio a coloro ai quali l’hanno negata.

E dall’altra parte esistono persone che, dopo aver subito dolore, imparano a proteggersi, a riconoscere i propri confini, a non concedere più a chi le ha ferite il potere di distruggerle.

A volte, metaforicamente, sono proprio queste ultime a ritrovarsi con i fazzoletti in mano.

E chi prima provocava le lacrime adesso piange.

Ma il fatto che un carnefice soffra non cancella ciò che ha fatto. E il fatto che una vittima ritrovi la forza di sorridere non rende meno autentico il dolore che ha subito.

È una distinzione fondamentale.

Non intendo mettere sullo stesso piano chi esercita violenza e chi la subisce. La responsabilità di un abuso appartiene a chi lo commette, e non può essere trasferita sulla vittima.

Intendo invece interrogarmi su un meccanismo umano più ampio: la nostra straordinaria capacità di riconoscere il dolore quando ci appartiene e la nostra inquietante difficoltà a riconoscerlo quando appartiene agli altri.

Quante volte chi ha umiliato pretende poi delicatezza?

Quante volte chi ha tradito invoca comprensione?

Quante volte chi ha pronunciato parole crudeli si dichiara offeso dalla reazione di chi le ha ascoltate?

E quante volte una persona ferita, nel tentativo di restituire il dolore ricevuto, rischia di assomigliare proprio a ciò da cui voleva liberarsi?

La sofferenza può spiegare una reazione, ma non giustifica automaticamente la violenza.

E questa verità deve valere per tutti.

La violenza comincia quando smettiamo di riconoscere l’altro

La filosofa Hannah Arendt ci ha lasciato una riflessione essenziale nel suo lavoro Sulla violenza: la violenza può distruggere il potere, ma non può crearlo autenticamente.

È una distinzione che considero illuminante.

Chi usa la violenza può ottenere obbedienza, imporre silenzio, generare paura. Ma non conquista necessariamente rispetto, amore o autorevolezza.

Può costringere qualcuno a restare, ma non può obbligarlo ad amare.

Può pretendere delle scuse, ma non può fabbricare il perdono.

Può soffocare una voce, ma non per questo avrà ragione.

Eppure continuiamo ad assistere a rapporti umani nei quali la forza viene scambiata per carattere, l’arroganza per determinazione, il controllo per amore.

Il filosofo contemporaneo Byung-Chul Han, nella sua opera Topologia della violenza, descrive una trasformazione particolarmente inquietante: la violenza non è soltanto quella manifesta, riconoscibile e frontale, ma può assumere forme invisibili, psicologiche, sistemiche e mediate dalla comunicazione.

Riflettendo sul suo pensiero, mi viene spontaneo pensare a quante persone siano oggi prigioniere di una violenza che non riescono nemmeno a nominare.

Una donna costantemente svalutata.

Una persona alla quale viene fatto credere di non essere mai abbastanza.

Un essere umano isolato dagli affetti, privato della libertà di scegliere, sottoposto a un controllo continuo.

Non serve sempre un pugno per distruggere qualcuno.

A volte bastano anni di parole utilizzate come armi.

E proprio per questo credo che la violenza debba essere riconosciuta prima ancora che raggiunga le sue manifestazioni più drammatiche.

Quando la vittima diventa il pretesto per sentirsi vittime

Esiste poi un altro paradosso, particolarmente insidioso.

Chi ha provocato dolore può arrivare a sentirsi perseguitato quando la persona ferita decide di non accettarlo più.

È il momento in cui la vittima smette di chiedere comprensione e comincia a chiedere rispetto.

Quando smette di giustificare.

Quando pronuncia una parola semplicissima, ma rivoluzionaria: basta.

A quel punto possono cambiare le narrazioni.

Chi ha agito con prepotenza racconta soltanto la propria sofferenza.

Chi ha esercitato controllo si lamenta dell’abbandono.

Chi ha provocato paura pretende compassione.

Ed è qui che la metafora dei fazzoletti diventa ancora più dolorosa.

Perché chi ha pianto a lungo, un giorno, potrebbe non avere più lacrime.

Potrebbe aver imparato a vivere senza cercare approvazione.

Potrebbe persino porgere un fazzoletto a chi un tempo l’ha ferita, senza però riaprire la porta alla sofferenza.

Perdonare, quando e se lo si desidera, non significa assolvere. Comprendere non significa giustificare. E provare compassione non obbliga a tornare dove si è stati feriti.

Ma esiste anche un rischio sul quale desidero soffermarmi.

Il dolore, se trasformato in desiderio di vendetta, può alimentare nuove forme di crudeltà.

Non tutti coloro che soffrono diventano migliori per aver sofferto.

Alcuni scelgono di interrompere il ciclo.

Altri, purtroppo, finiscono per riprodurlo.

Ed è in questa scelta che intravedo una delle responsabilità più grandi dell’essere umano: decidere se diventare il prolungamento del male ricevuto oppure il punto in cui quel male finalmente si arresta.

La forza di non restituire il male

La filosofa contemporanea Judith Butler, nel saggio La forza della nonviolenza, propone una riflessione sulla nonviolenza come impegno etico e politico, particolarmente significativo proprio quando la tentazione di rispondere al male con altro male appare più forte.

Questo pensiero mi colpisce perché restituisce alla nonviolenza una dimensione attiva.

Non essere violenti non significa essere deboli.

Non significa subire in silenzio.

Non significa rinunciare a difendersi, a denunciare, a chiedere giustizia.

Significa piuttosto rifiutarsi di riconoscere nella distruzione dell’altro l’unica possibilità di affermare se stessi.

La vera forza non consiste nel far piangere chi ci ha fatto piangere.

Consiste nel riuscire a sottrarsi alla logica che ha prodotto quel dolore.

E questo non è un invito rivolto alle donne a sopportare ulteriormente, né a concedere nuove occasioni a chi esercita violenza.

Al contrario.

È un invito a trovare la forza di interrompere i rapporti abusanti, chiedere aiuto, pretendere protezione e ricostruire la propria libertà.

Perché nessuna donna deve dimostrare la propria bontà sopportando il male.

Nessuna persona deve sacrificare la propria dignità per dimostrare di essere capace di amare.

E nessun sentimento può trasformarsi in una giustificazione per il possesso, la sopraffazione o la paura.

Il 25 novembre non dovrebbe essere il giorno delle lacrime, ma quello delle coscienze

Ogni anno, il 25 novembre, vedremo scarpe rosse, panchine simboliche, manifestazioni, campagne di sensibilizzazione.

Ascolteremo discorsi.

Leggeremo dichiarazioni.

Pronunceremo parole importanti.

Ma io vorrei che, accanto alla memoria delle donne uccise e alla solidarietà verso quelle che ancora subiscono violenza, trovasse spazio anche una domanda più intima e coraggiosa.

Quanto siamo violenti, talvolta, nel nostro modo di stare al mondo?

Quanto siamo disposti a ferire pur di avere ragione?

Quanto orgoglio siamo pronti a sacrificare per chiedere scusa?

Quanta umiltà possediamo per riconoscere che anche noi possiamo sbagliare?

E soprattutto, quando qualcuno piange davanti a noi, siamo davvero interessati a comprendere il motivo delle sue lacrime oppure cerchiamo soltanto di capire quale vantaggio possiamo ricavarne?

Credo che la vera civiltà inizi da qui.

Dalla capacità di sostituire l’aggressività con il ragionamento.

Dalla scelta di utilizzare un linguaggio mite senza rinunciare alla fermezza.

Dalla consapevolezza che ascoltare non significa necessariamente condividere.

Dall’intelligenza di comprendere che non ogni conflitto deve avere un vincitore e uno sconfitto.

E dal coraggio, difficilissimo, di riconoscere i propri errori prima di trasformarli in colpe da attribuire agli altri.

Non voglio un mondo in cui tutti vendano fazzoletti

Alla fine di questa riflessione, torno ancora una volta a quella frase.

C’è chi piange e chi vende fazzoletti.

E mi accorgo che ciò che maggiormente mi inquieta non è soltanto l’esistenza di chi approfitta del dolore altrui.

È la possibilità che ci siamo talmente abituati alla sofferenza da considerarla inevitabile.

Che abbiamo imparato a convivere con le lacrime degli altri senza domandarci come evitarle.

Che siamo diventati bravissimi a raccontare la violenza, a condannarla pubblicamente, a indignarci davanti alle tragedie, ma molto meno capaci di riconoscerla quando attraversa i nostri comportamenti quotidiani.

Non voglio credere che questo sia il destino dell’umanità.

Non voglio pensare che ogni relazione debba trasformarsi in una contabilità di torti, che ogni dolore debba essere restituito con gli interessi, che chi oggi piange debba necessariamente diventare domani colui che fa piangere.

Vorrei invece che arrivassimo a comprendere una verità semplice.

Non si guarisce una ferita aprendone un’altra.

Non si conquista dignità umiliando.

Non si ottiene giustizia esercitando crudeltà.

Non si diventa forti rendendo deboli gli altri.

E soprattutto, non si diventa innocenti soltanto perché, dopo aver fatto soffrire qualcuno, si è cominciato a soffrire a propria volta.

Il 25 novembre ci ricorda donne alle quali è stata tolta la vita, la libertà, la serenità. Donne che non hanno avuto la possibilità di scegliere, di andarsene, di ricominciare.

A loro dobbiamo molto più di una commemorazione.

Dobbiamo la volontà di costruire una società nella quale nessuno debba temere di essere se stesso, nella quale il rispetto non venga negoziato e nella quale l’amore non venga mai confuso con il dominio.

E allora, se proprio devo scegliere da che parte stare in questo mondo popolato da persone che piangono e persone che vendono fazzoletti, non voglio appartenere a nessuna delle due fazioni intese come ruoli contrapposti.

Voglio appartenere a quella parte di umanità che cerca di impedire che le lacrime vengano versate.

Perché un fazzoletto può asciugare un volto, ma non cancella un’umiliazione.

Può raccogliere una lacrima, ma non restituisce una vita.

Può offrire un istante di conforto, ma non sostituisce la responsabilità, la giustizia, la comprensione.

E se oggi chi ha fatto piangere si ritrova a piangere, non chiediamoci chi abbia vinto. Chiediamoci, piuttosto, perché sia stato necessario ferirsi per arrivare a comprendere il valore del rispetto.

Vorrei che arrivasse un giorno nel quale non fosse più necessario vendere fazzoletti per il dolore che ci procuriamo reciprocamente.

Un giorno nel quale la sensibilità non venga scambiata per debolezza.

Nel quale una donna possa dire no senza aver paura.

Nel quale un uomo sappia riconoscere la propria fragilità senza trasformarla in aggressività.

Nel quale l’intelligenza torni a prevalere sull’istinto di sopraffazione e la gentilezza non venga considerata una virtù ingenua, ma una delle forme più alte della maturità umana.

Perché forse la più grande sconfitta della nostra società non è che ci siano ancora persone che piangono.

È che ci siano ancora persone convinte di poter costruire la propria felicità sulle lacrime degli altri.

E la più grande rivoluzione che possiamo compiere è scegliere, ogni giorno, di non essere tra queste.

Ogni mattino nel quale apriamo gli occhi è un’occasione che la vita ci concede e che non abbiamo il diritto di sottrarre agli altri.

Perché la Terra continuerà a girare, indifferente alle nostre piccole guerre, ai nostri orgogli, alle nostre vendette. Continuerà ad accogliere la luce e la notte, la gioia e il dolore.

Ma noi, esseri umani, abbiamo una responsabilità che nessun altro può assumersi al nostro posto: decidere quale traccia lasciare nel cuore di chi attraversa la nostra esistenza.

E se un giorno qualcuno dovesse ricordarsi di noi, vorrei che lo facesse non per le lacrime che abbiamo provocato, né per i fazzoletti che abbiamo venduto, ma per quelle lacrime che, con un gesto, una parola o un po’ di umanità, siamo riusciti a evitare.

Perché la vita è già abbastanza breve per sprecarla facendoci del male. Ed è troppo preziosa per dimenticarci, anche per un solo giorno, che siamo tutti ospiti della stessa Terra.

Per tutte le donne alle quali è stata tolta la voce. Per quelle che hanno trovato il coraggio di riprendersela. E per chiunque abbia conosciuto il dolore senza volerlo trasformare in un’arma contro qualcun altro.